Niente paura, non fatevi ingannare dal titolo altisonante. Io di economia
non ne so niente. Meno male che in questo giornale si parla di musica.
Si, perché io decisamente non sono mai stato un grosso esperto di
economia e, d’altronde, nemmeno ho mai avuto l’aspirazione di esserlo.
Sia con i grossi temi economici che con l’ economia spicciola, quella
domestica, io non ho mai avuto grossa confidenza.
Hanno appena scoperto che con 1.000 euro al mese una famiglia vive
male, arriva con il collo lungo al 27 del mese. Ed allora giù tabelle
per pianificare le spese: metà per l’affitto, 250 euro per mangiare,
un centinaio tra auto e benzina, altrettanti per l’abbigliamento e poi
ancora bollette, telefoni, medicinali e poco più per stare dentro
la cifra. Ed io che ho bisogno di dischi in quale categoria li faccio rientrare
? Nelle spese alimentari o in quelle per le medicine ? Si perché
io se non ho la mia dose di cd mensili mi ammalo. Ma non sarebbe più
semplice e giusto aumentare un po’ gli stipendi ? Già… ma qui si
entra in problemi di economia più grossi. Le aziende devono fare
profitto, non possono stanziare più di tanto per il costo del personale.
Cosa non si fa nel nome del profitto….
E poi, mi spiegate perché se il dollaro aumenta ci si lamenta
perché tutte le materie prime di cui abbiamo bisogno aumentano di
prezzo; se il dollaro diminuisce ci si lamenta perché esportiamo
poco e le aziende sono in difficoltà. E perché, sia che il
dollaro aumenti o che diminuisca, il prezzo del petrolio aumenta e quindi
la benzina idem ? Ma cosa deve fare questo benedetto dollaro ? Ma siamo
sicuri che sia tutta colpa sua ?
Sempre per motivi economici ultimamente ho deciso di comprare quasi
tutti i miei dischi esclusivamente tramite internet in siti americani dove
si trovano tranquillamente sui 10 dollari contro gli ormai 21 euro dei
nostri negozi, vale a dire a circa un terzo del prezzo italiano, grazie
al dollaro bassino di adesso.
Troppo bello per essere vero; infatti ultimamente è stata istituita
una gabella doganale che ti costringe a pagare l’IVA anche su queste spedizioni
internazionali. I pacchi vengono fermati alla dogana per giorni e giorni,
vista la cronica lentezza di simili uffici e quando finalmente il postino
ti consegna il pacco ci trovi da pagare una bella sommetta aggiuntiva,
con tasse calcolate non solo sul prezzo della merce ma anche sulle spese
di spedizione (mah…), addirittura devi pagare fantomatiche spese di giacenza
e di spedizione del conto (doppio mah…). Nonostante tutto questo comunque
il prezzo si attesta a circa la metà di quanto costerebbe lo stesso
identico disco qui da noi. Misteri dell’economia ? Ri…mah…
Ma cosa comprare ? Visti i prezzi e le finanze familiari suddette si
deve ponderare bene ogni acquisto. Per fortuna internet dà un mano
enorme nella scelta. Ormai di tutti gli artisti si può assaggiare
pezzi qua e là per decidere se è il caso di comprare o no
quel nuovo disco. Su my space si può tranquillamente passarci la
giornata ascoltando sempre cose nuove, talvolta anche molto interessanti.
Poi ci sono i veri e propri siti degli artisti, dove quasi sempre si può
assaggiare qualche pezzettino di canzone, tanto per farsi un’idea. Poi
ci sono i blog, dove se ti sai muovere, raccogli consigli preziosi da altri
appassionati. Insomma fortunatamente ormai non capita più di dover
fare acquisti a scatola chiusa coma prima.
Una mano alle finanze la danno poi anche gli artisti, che sempre meno
sfornano cose degne non dico di essere comprate, ma nemmmeno di essere
ascoltate. L’industria discografica ci sommerge di raccolte doppie, triple,
quadruple con minestra riscaldata sempre più stantia.
Gli stessi pezzi ci riappaiono prima dal vivo, poi in versione rimissata,
poi in versione originale dell’epoca, poi in assurdi duetti. Siamo arrivati
a fare dei duetti con dei morti !!!
Ma fatemi il piacere… C’è Santana che ormai fai prima a dire
con chi non ha suonato che elencare a chi ha prestato la sua chitarra (immagino
dietro lauta ricompensa).
Inorridito ho letto sul cd dell’ultima inutilmente meravigliosa raccolta
dell’Eros nazionale, tra i tanti ospiti in (appunto) duetti di cui sopra
il nome di Jon Spencer. Ancora più inorridito ho ascoltato il risultato
di simile commistione di stili. Meno male, un disco (doppio naturalmente)
in meno da comprare !!! Questo mese ci possiamo permettere un paio di etti
di prosciutto in più …
La rubrichetta che segue è una piccola lista della spesa, che
cerca di coprire vari generi e che vuole essere un piccolo contributo per
la quadratura del bilancio familiare. Se qualcosa non vi soddisfa vi garantisco
un invito a cena con moglie e massimo due figli (altrimenti sforo il budget
io).
E comunque prima date un’assaggino su internet… Buon ascolto.
EDDIE VEDDER – INTO THE WILD - Il leader dei Pearl Jam sceglie, per il debutto da solista, una colonna sonora. Queste canzoni accompagneranno infatti il nuovo film di Sean Peann.Intanto, per adesso, reggono benissimo anche senza immagini. Pochi strumenti, perlopiù acustici, canzoni semplici, solitarie e selvagge come il protagonista del film, talvolta addirittura appena abbozzate. Eppure tutto funziona a meraviglia, il disco è molto intenso e ti cattura fin dal primo ascolto e la voce di Vedder esce fuori prepotentemente anche in questo contesto più cantautorale. Come fare un grande disco con pochi mezzi, semprechè ci sia l’ispirazione, cosa sempre più rara di questi tempi.
AA.VV. – I’M NOT HERE: ORIGINAL SOUNDTRACK - Per prima cosa correte a vedere il film: è bellissimo. Indispensabile per qualsiasi vero appassionato di Dylan, ma non solo. Poi recuperatevi questo doppio cd pieno zeppo di nomi più o meno conosciuti che si cimentano con le canzoni del maestro. Al di là delle singole versioni, in genere quasi sempre ben fatte, ad uscirne fuori vincitrici sono comunque ancora una volta le canzoni: semplicemente stupende. Pezzi conosciuti ormai a memoria che continuano ancora a tenerci incollati al lettore per gustarne fino all’ultima nota e sfumatura.
ANIMAL COLLECTIVE – STRAWBERRY JAM - Queste canzoni avrebbero potuto essere tutti dei potenziali hits, se solo messe in mano a gente normale. Invece questo pazzo gruppo di New York ha scelto la strada più difficile ma anche più stimolante e tira fuori un disco in apparenza ostico, da sviscerare e da interpretare. Una volta entrati in sintonia però è un godimento dall’inizio alla fine.
ANGELS OF LIGHT – WE ARE HIM - Non vi lasciate ingannare dall’immagine di copertina o dall’apparente atmosfera tendente a certo folk acustico, In realtà si tratta di un disco molto poco rassicurante, infarcito di suoni malati, di atmosfere oscure. I pezzi talvolta si impennano vorticosamente, talvolta ballate solenni vi ammalieranno. Quanto di meglio ci sia nell’indie rock attuale.
BETTYE LAVETTE – THE SCENE OF THE CRIME - Semplicemente una delle più belle voci soul. Peccato sia rimasta nascosta grazie all’ottusità di qualche discografico per vari decenni. Questo è il suo secondo disco della (ri)nascita. Come al solito voce potente, grandi pezzi r&b, soul e funky con l’accompagnamento discreto ma deciso dei componenti dei Drive By Truckers. Impossibile non lasciarsi travolgere.
BETTY DAVIES – THEY SAY I’M DIFFERENT - Che anche a Miles Davis avesse fatto perdere la testa, doveva essere un segno premonitore. Non vi fermate però a quel meraviglioso corpo che appare nelle copertine dei suoi (purtroppo) pochi cd incisi. Ascoltate quei pezzi assassini con quel funk che ti cattura, che ti avviluppa cuore, gambe e corpo tutto. Impossibile resistere. Purtroppo le canzoni senza compromessi e dai temi troppo forti per l’epoca avevano affossato queste meraviglie che adesso grazie a più che opportune ristampe ritornano a galla. Parlo al plurale perché altrettanto bello è l’omonimo disco di esordio, ancora più selvaggio.
COWBOYS JUNKIES – TRINITY REVISITED - I Cowboys Junkies tornano sul luogo del delitto e vent’anni dopo reincidono nello stesso identico posto e ordine le canzoni che avevano formato “The Trinity Sessions”, disco capolavoro su cui hanno costruito suono ed immagine della loro ventennale carriera. Il risultato è, se possibile, ancora migliore dell’incisione originale. Il loro blues liquido, le loro atmosfere notturne, quella voce appena sussurrata in un mix perfetto di canzoni originali e covers esce ancora più ammaliante e senza tempo. I suoni sono più corposi e caldi. C’è una cover di “Sweet Jane” da impazzirci. Imprescindibile sia che vi siate lasciati scappare l’originale o che lo abbiate amato alla follia.
RADIOHEAD – IN RAINBOW - Dopo aver tracciato nuovi solchi su cui incanalare la musica del domani, i Radiohead si spingono ancora in avanti e sfornano un disco al momento disponibile solo sul loro sito, ad offerta libera. Ed ancora una volta fanno centro, se è vero che in pochi giorni quasi un milione e mezzo di persone hanno fatto la loro offerta pur di accaparrarselo. Qui ci interessa però soprattutto il lato artistico. Anche qui centro pieno. Forse resterà deluso chi ama il loro lato più sperimentale. Qui dentro ci sono infatti “solo” dieci piccole grandi canzoni, anche se sempre alla loro maniera, con il loro inconfondibile suono e stile. E scusate se è poco.
GIANGILBERTO MONTI – CE N’EST QU’UN DEBUT - Tra la montagna di raccolte e di inutili nomi della musica nostrana ho scelto questo pccolo disco che ci riporta alla tradizione del miglior cantautorato. Tratto dallo spettacolo “Un po’ dopo il piombo”, in queste canzoni si torna a respirare il caldo clima politico degli anni ’70, quando far politica era anche credere in qualcosa. Nonostante i temi trattati però le canzoni sono, semplici, intimiste, i temi vengono fuori da punti di vista e storie molto personali. Un piccolo grande disco, al momento reperibile solo tramite download, ma a breve disponibile anche in versione tradizionale.
ARCADE FIRE – THE NEON BIBLE - Mischiate la classicità
del rock con la new wave più dirompente.Immaginatevi David Bowie,
Echo& The Bunnymen, Cure, Talking Heads e altri vari influssi mixati
in un solo disco. Il risultato ? Il miglior disco del 2007. Dopo il già
notevolissimo esordio di “Funeral” gli Arcade Fire aggiustano ancor più
il tiro, sfornando un disco fruibilissimo, classico, anche se pieno zeppo
di rimandi e soprattutto di grandi pezzi. Dal vivo poi sono semplicemente
esplosivi.
IZIMBRA
Dicembre 2007